Quando un periodo di terapia finisce e si viene dimessi ci si domanda spesso quale siano le cose da fare e come comportarsi per evitare ricadute. Soprattutto se si tratta di un recupero lungo e laborioso come quello dopo una diagnosi di ernia discale acuta o quando si soffre di un dolore lombare cronico. Diagnosi che richiedono dai due ai sei mesi, se non addirittura un anno di cura.
La risposta fino ad ora è stata a discrezione del curante e due recenti studi del 1996 e del 2008 su pazienti chiropratici non mostravano evidenze sulle pratiche usate in questi ultimi vent’anni. Questo non significa che i programmi non fossero efficaci, solo non erano stati esaminati in doppio cieco randomizzato. Alcuni pazienti erano seguiti mensilmente, altri trimestralmente, altri ancora ogni 6 mesi.
Verso l’ottimizzazione della mobilità del corpo
Da sempre la chiropratica promuove un approccio verso l’ottimizzazione della mobilità del corpo che assicura una risposta ottimale agli stress della vita quotidiana. La chiropratica nel suo approccio al paziente professa una prevenzione primaria, ossia ci si fa trattare da “sani” per evitare di patire dolori muscolo-scheletrici. Un po’ come l’igiene dentale viene usata in odontoiatria.
I clinici sanno che chi si fa trattare con regolarità sta meglio in generale ma nessuna evidenza lo aveva ancora dimostrato.
Nel 2018 il “Nordic Maintenance Care Program”, uno studio fatto nel nord Europa, ha esaminato l’efficacia del mantenimento chiropratico (MC) per la lombalgia non specifica ricorrente o persistente.
I risultati hanno mostrato che il mantenimento chiropratico ha ridotto il numero di giorni di dolore settimanali e aumentato la lunghezza dei periodi senza dolore rispetto al trattamento sintomatico, per i pazienti che avevano già risposto positivamente a un ciclo iniziale di terapia manuale. In questo studio in doppio cieco randomizzato eseguito da chiropratici scandinavi i pazienti affetti da lombalgia non specifica ricorrente che avevano risposto bene a un ciclo di cure sono stati divisi in due gruppi. I pazienti del primo gruppo si sarebbero fatti sentire solo se i sintomi si fossero ripresentati, i pazienti del secondo gruppo invece sarebbero stati trattati a discrezione del curante con regolarità nei due anni seguenti. La frequenza poteva variare dal mese ai sei mesi. La media è stata di nove settimane, circa ogni due mesi e mezzo.
Chiropratica associata a esercizi specifici
Un altro studio pubblicato nel 2020 ha invece svolto una revisione di 3.238 articoli scientifici per selezionarne 14 con criteri di inclusione relativi al trattamento di mantenimento. Nell’articolo non solo si analizzano i dati relativi alla frequenza di episodi dolorosi ma si cerca anche di analizzare se esiste un consenso su cosa sia il mantenimento in quanto tale: che tipo di trattamento svolgere e se i chiropratici definiscono il mantenimento in modo concorde.
In conclusione, i pazienti che hanno partecipato in più studi a programmi di mantenimento nel tempo hanno sofferto in media 13 giorni in meno all’anno di dolori lombari rispetto ai pazienti che si presentavano solo in caso di sintomi.
Negli studi analizzati si evidenzia anche che i risultati migliori li hanno ottenuti i gruppi che al trattamento chiropratico associavano programmi di esercizi specifici per mantenere mobilità e forza. Finalmente la ricerca scientifica negli ultimi dieci anni ci ha consentito di poter proporre programmi con una base oggettiva per fare una prevenzione nel tempo in quei pazienti che già hanno sofferto di episodi lombalgici acuti e ricorrenti. Nello studio scandinavo si tratta circa del 30% dei pazienti totali circa.
Ancora da approfondire è la prevenzione primaria, ossia quella per rimanere sani. Ambizioso come obiettivo ma vedremo che cosa succederà nel prossimo decennio. Al momento, questo approccio si pratica con gli atleti professionisti dove la programmazione e la misura si svolgono con attenzione quotidiana.
Va comunque ricordato che nonostante tutta la prevenzione e l’attenzione del caso non si sarà mai immuni da qualche episodio sporadico.
Le varianti che contribuiscono sono molteplici e ridurre la salute a una serie di test e trattamenti rimane sempre un approccio semplicistico rispetto alla complessità dell’attività umana.
