Strappo, stiramento, elongazione, distrazione: che differenza c’è? Durante un Mondiale lo stesso episodio – un centrocampista che lascia il campo stringendosi la coscia posteriore con la mano – viene descritto con parole diverse, che cambiano significato da spogliatoio a spogliatoio e da bollettino a bollettino. La distinzione che conta è una sola: se ci sia o no una lesione delle fibre muscolari.
È la distinzione adottata dalla traumatologia sportiva per uscire dall’ambiguità. Uno studio internazionale ha mostrato un uso molto variabile della terminologia, con le incongruenze maggiori proprio per la parola «strappo». Da lì è nata la classificazione di Monaco, nota come Munich consensus statement, che ha sostituito il vocabolario tradizionale con un sistema riproducibile (Mueller-Wohlfahrt, British Journal of Sports Medicine, 2013).
Due tipi di problema muscolare, una domanda per chiarire il quadro
Il sistema poggia su una distinzione semplice. Gli infortuni muscolari indiretti — quelli senza un colpo diretto sul muscolo — si dividono in due famiglie a seconda di un criterio chiave: la presenza o l’assenza di lesione macroscopica delle fibre muscolari.
Da una parte i disordini funzionali, o non strutturali: edema, sovraccarico neuromuscolare. Non c’è lesione macroscopica di fibre. In questa categoria rientrano molti dei quadri che la tradizione chiama “affaticamento”, “contrattura”, “elongazione”.
Dall’altra le lesioni strutturali: lesioni parziali e lesioni subtotali o totali, con evidenza macroscopica di rottura di fibre. La lesione di primo grado corrisponde, in questo sistema, a una lesione parziale minore: è una lesione strutturale a tutti gli effetti, con danno anatomico e rottura di fibre muscolari, semplicemente di entità contenuta.
Per una comunicazione corretta tra atleta e medico, staff tecnico e medico, bastano due categorie: c’è lesione di fibre, oppure non c’è.

Perché interessa tutti
Gli infortuni muscolari rappresentano più del 30% di tutti gli infortuni nel calcio professionistico, con circa quindici episodi a stagione in una rosa di venticinque giocatori (Ekstrand, American Journal of Sports Medicine, 2011).
In ogni grande torneo sono la prima causa di assenza, e questo Mondiale 2026 in Canada, Stati Uniti e Messico, non fa eccezione. Le sedi sono quasi sempre le stesse: flessori del ginocchio (in inglese hamstrings), adduttori, quadricipite, polpaccio.
La recidiva è il problema centrale. Negli studi sul calcio professionistico la percentuale di nuovi infortuni a carico dei muscoli flessori del ginocchio si colloca, a seconda degli studi, tra circa il 15% e il 35%.
Per ridurre il numero di infortuni serve certamente ridurre il numero di recidive, ancora troppe.
La stessa parola, esiti diversi
Due giocatori con quello che a bordo campo viene chiamato lo stesso «strappo» possono avere percorsi molto diversi: uno torna in tre settimane, l’altro in due o tre mesi, con un rischio di ricaduta più alto. La differenza spesso non sta nella dimensione del danno nel ventre muscolare, ma in quale struttura è coinvolta.
Il muscolo non è fatto solo di fibre. Al suo interno corrono tendini intramuscolari, aponeurosi e fasce: tessuti connettivi con architettura e funzioni diverse. Una nomenclatura recente propone di descrivere l’infortunio non solo per sede ed entità, ma per il tipo di tessuto connettivo coinvolto, perché tendine, aponeurosi e fascia hanno implicazioni cliniche distinte (Pedret, Sports Medicine, 2025). Il dato clinico segue questa logica. Negli atleti d’élite, il coinvolgimento del tessuto connettivo rilevato all’ecografia è associato a tempi di ritorno in campo più lunghi, in particolare quando il connettivo è lesionato (Renoux, Journal of Science and Medicine in Sport, 2019). Nel calcio professionistico, le lesioni dei muscoli flessori del ginocchio che interessano il tendine intramuscolare hanno mostrato un rientro all’allenamento completo più lungo, 36 contro 24 giorni, e un rischio di recidiva maggiore (Shamji, BMJ Open Sport & Exercise Medicine, 2021).
Cosa mostra l’ecografia

L’ecografia muscoloscheletrica, in mani esperte, mostra se c’è lesione di fibre e, soprattutto, distingue le strutture coinvolte: solo muscolo, oppure muscolo e tessuto connettivo (Palermi, British Journal of Sports Medicine, 2025). È un esame accessibile, ripetibile, dinamico, immediato; nei contesti professionistici si affianca alla risonanza, ma nella pratica quotidiana è spesso il primo e principale strumento.
Il suo valore va oltre la diagnosi. Non risponde soltanto alla domanda «c’è una lesione?», ma a quella successiva, «cosa è lesionato?», che orienta la prognosi e la riabilitazione.
Un accorgimento pratico da ricordare: l’esame è più informativo a partire da 48 ore dall’evento. Eseguito troppo presto, quando l’ematoma e l’edema non si sono ancora organizzati, può sottostimare la lesione. Un esame negativo molto precoce, da solo, non esclude un danno strutturale.
Cosa fare, in breve

Nella fase acuta il principio solido è la protezione per il tempo necessario, seguita presto da carico graduale e controllato. Prima della diagnosi medica non bisogna applicare calore né massaggiare il muscolo infortunato: può peggiorare il grado della lesione.
Il riposo va inteso come riposo relativo, non come immobilizzazione, che oltre i primissimi giorni rallenta il recupero. Gli antinfiammatori non sono raccomandati di routine perché possono interferire con la guarigione del tessuto e, nella fase precoce, favorire il sanguinamento.
La progressione conta più del calendario e del criterio cronologico. La riabilitazione basata su criteri funzionali in genere comporta un rientro di poco più lento rispetto a quella basata su schemi cronologici fissi ma produce meno recidive di infortunio (Mendiguchia, Medicine & Science in Sports & Exercise, 2017).
Qualche giorno guadagnato sull’agenda non vale una ricaduta.
Conviene distinguere gli obiettivi: il lavoro di carico in allungamento accelera il rientro, mentre il rinforzo del tronco e gli esercizi di agilità riducono il rischio di recidiva. Sono finalità diverse, e richiedono esercizi diversi.
Una nota sulle terapie più discusse. Sul muscolo, ad oggi, l’evidenza non supporta scorciatoie biologiche: gli studi controllati non mostrano un vantaggio costante del PRP sul rientro o sulla recidiva. Il recupero passa dal carico graduale guidato dai criteri funzionali che porti il giocatore al collaudo della sua gestualità sportiva con una catena cinetica funzionale, elastica, forte e coordinata.
In sintesi
Dietro parole diverse — Strappo, stiramento, distrazione, sovraccarico — c’è una sola domanda di partenza: c’è o non c’è lesione di fibre? E, quando c’è lesione di fibre e l’infortunio è strutturale, una seconda domanda decide spesso il percorso: quale struttura è coinvolta, muscolo soltanto o anche il tessuto connettivo? L’ecografia muscoloscheletrica, letta con metodo e utilizzata dal medico specialista per condurre il percorso riabilitativo, aiuta a portare l’atleta al suo massimo recupero funzionale possibile e al Return to Play più sicuro.
Medico Chirurgo, Fisiatra
Isokinetic Medical Group Torino
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