L’assenza di diversi protagonisti prima ancora del via del Mondiale 2026 riporta sotto i riflettori il tema degli infortuni al legamento crociato anteriore. Da Rodrygo a Xavi Simons, fino a Takumi Minamino e Jerdy Schouten, il torneo perde alcuni dei suoi talenti più attesi.
La ricerca dimostra che il rischio di lesione è circa venti volte più elevato in partita rispetto agli allenamenti. Il crociato si rompe soprattutto nelle fasi di massima intensità e più spesso nel primo tempo.
Contrariamente all’opinione comune, nella maggior parte dei casi non è un contrasto diretto a provocare l’infortunio. Quasi nove rotture su dieci avvengono infatti senza contatto al ginocchio o dopo un contatto solo indiretto. Pressing, cambi di direzione, decelerazioni e perdita di equilibrio rappresentano le situazioni più a rischio.
Determinante è anche il ruolo del controllo neuromotorio e cognitivo nella gestione dei movimenti improvvisi. Per questo la prevenzione passa sempre di più dall’allenamento del gesto e del controllo motorio.
Dopo l’intervento chirurgico il 92% dei professionisti torna in campo, ma non tutti recuperano il livello precedente. Solo l’80% riesce infatti a ritrovare le prestazioni di prima dell’infortunio.
A tre anni dalla rottura, appena il 65% dei calciatori è ancora ai massimi livelli competitivi.
Il ritorno in campo richiede quindi criteri funzionali e non soltanto il trascorrere del tempo.
Il Mondiale 2026 racconterà anche questa sfida invisibile: quella tra recupero, prevenzione e ritorno alla massima prestazione.
Di questo ha parlato il Dott. Marco Gastaldo di Isokinetic Torino in un articolo su La Gazzetta dello Sport.
